
La "storia" dell'alopecia areata; storia profondamente legata a quella della medicina e in particolare al nascere della dermatologia quale arte coltivata da medici e non (già da allora!), nel tentativo di carpire, intuire, attraverso gli sfoghi della pelle, le tribolazioni degli umori interni di ciascun individuo. Medici, addirittura specializzati in "malattie della testa" (indicati dai Greci come iatroi kefalés) sono segnalati già nell'antico Egitto. A Tee sono stati scoperti papiri medici risalenti al 1550 a.C. nei quali vengono descritte malattie della pelle identificabili con sufficiente attendibilità e fra queste si descrive già l'alopecia areata. Il primo ad adoperare il termine "alopecia" fu il grande Ippocrate, nato a Coo intorno al 450 a.C. A lui, peraltro, si deve gran parte della terminologia dermatologica tuttora adottata (ectima, lichen, psoriasi, esantemi ecc...). Conoscitore dell'opera di Ippocrate, e suo degno successore, fu Aulo Cornelio Celso, che prestava la sua opera di medico a Roma negli anni a cavallo della nascita di Cristo. Celso fu autore di un trattato, il "De Re Medica", di capitale importanza per la medicina in generale e per la dermatologia in particolare, nei cui libri IV e V viene descritta l'alopecia areata, nella varietà ofiasica, e viene già distinta dal defluvio. Seguì una battuta d'arresto poiché la medicina del Medio Evo non conobbe l'opera di Celso. Bisogna arrivare al Rinascimento per ritrovare le tracce dell'alopecia areata o area di Celso, come veniva chiamata all'epoca. Fu Nicolò V, Papa dal 1471 al 1484, a riscoprire e divulgare il "De Re Medica". In quegli anni un famoso dermatologo di Ferrara, tale Giovanni Mainardi, cultore in special modo delle malattie del cuoio capelluto, tenne a sottolineare la differenza tra l'area celsi, vera malattia, e l'alopecia "volgare" (la nostra alopecia androgenetica) nella quale i capelli cadono, scrisse il Mainardi, probabilmente per scarsità di "umori". A metà del 1600 nasce il microscopio e Marcello Malpighi fu il primo a studiare la pelle con questo nuovo strumento. Negli anni successivi egli e altri cercarono di carpire il segreto delle malattie dermatologiche analizzando capelli, squame, forfore. Nel 1840 si verifica in Francia una epidemia scolastica di perdita di capelli a chiazze. La malattia venne descritta dal dermatologo Cazenave che la chiamò: "herpes tonsurans capillitii". Fu David Gruby, ungherese, di stanza a Parigi e fanatico microscopista, a descrivere le spore di un fungo (il microsporum) in questa particolare forma di alopecia. Si trattava di una epidemia di tigna microsporica (cioè di un' infezione provocata da un fungo, il microsporum appunto, che si manifesta con perdita di capelli a grandi chiazze circolari), ancora sconosciuta in Europa e verosimilmente importata dalle colonie francesi del sud-est asiatico dove la malattia era endemica (cioè presente e conosciuta da tempo) dai figli degli amministratori e dei diplomatici. Cosa c'entra l'alopecia areata in tutto ciò? Nel descrivere il fungo, il Gruby, con una frase infelice, collegò l'epidemia di herpes tonsurans con "una certa varietà decalvante detta area di Celso". Ancora nei primi anni del 1800 l'alopecia areata stenta ad avere una ben precisa collocazione. Nel "Trattato compiuto delle malattie della pelle", scritto dal Barone Alibert (allora medico in capo del parigino ospedale di San Luigi) e tradotto in italiano nel 1835, si fa cenno all'alopecia areata nel capitolo delle dermatosi tignose, cioè: "di quelle eruzioni aventi per special sede il derma capelluto" con riferimento alle porrigini, cioè alle infiammazioni del cuoio capelluto con o senza perdita di capelli. La varietà con perdita di capelli prende il nome di porrigo tonsoria o decalvante. Nel descrivere questa forma, l'autore crea una certa confusione poiché da un lato sottolinea la presenza di numerosi casi negli ospizi e in molti collegi di Parigi (la famosa epidemia di tigna microsporica) e aggiunge che forse Celso abbia voluto comprendere queste (le porrigini tonsorie) in un genere da esso creato col nome di area. Dall'altra lo stesso Alibert, nel descrivere l'area celsi, paragona il cuoio capelluto dei pazienti a terreni sterili simili alle lande (pianura prevalentemente sabbiosa con scarsa vegetazione) dove non può crescere nulla, conseguenza di qualche malattia linfatica o l'effetto di una certa nutrizione anormale. E' necessario sottolineare, d'altro canto, che, a quell'epoca, la spinta all'osservazione microscopica porta tutti a trovare, a torto o a ragione, funghi dappertutto e non solo nell'alopecia areata. Il fungo considerato causa, a torto, dell'alopecia areata non è altro che il Pityrosporum, agente causale della pitiriasi versicolore. Ma affinché si chiarisca tutto ciò è necessario arrivare ai primi anni del 1900. Il fatto di aver dimostrato in modo inequivocabile la natura non infettiva della malattia non apporta certo elementi di chiarimento. In tutti i trattati di dermatologia degli anni 40 e 50 si fa riferimento, in tema di patogenesi, ad un ipotetico spasmo (restringimento) dei vasi sanguigni nelle zone colpite dalla perdita dei capelli, associato a fattori generali quali disfunzioni della tiroide o dell'ipofisi o delle ghiandole genitali o del timo. Secondo un illustre dermatologo dell'epoca un buon numero di casi, specialmente quelli più gravi, potevano essere la risultante di una pregressa sifilide congenita. Negli anni 60 le conoscenze in campo immunologico ci offrono una nuova e più circostanziata chiave di lettura di tante malattie, alopecia areata compresa, ma questa è un'altra storia ...
L'alopecia areata è molto frequente,
ha spesso remissione spontanea ed è caratterizzata dalla
improvvisa comparsa di chiazze prive di peli, di forma per lo
più rotondeggiante, di numero e di dimensioni variabili.
Non mostra particolare predilezione di sesso e colpisce soprattutto
soggetti di razza caucasica ed orientale. L'alopecia areata può
esordire a qualsiasi età, ma sembra più frequente
nell'infanzia e nella adolescenza, comune nell'età adulta
e rara nell'anziano.
L'eziologia della malattia è
ancora ignota. Esiste indubbiamente una predisposizione genetica
familiare e nei gemelli monozigoti si presenta solitamente alla
stessa età e con gli stessi aspetti clinici.
E' stata sottolineata la alta frequenza di antigeni del sistema
maggiore di istocompatibilità, HLA-DR4 e HLA-DR5 in pazienti
affetti da alopecia areata (Orecchia G.). Il sottotipo DPW4 sembra
rappresentare il substrato genetico per una maggiore suscettibilità
ad ammalarsi di forme gravi.
Il ruolo svolto da fattori emotivi e caratteriali è ancora
discusso. e molti pazienti presentano sicuramente tratti nevrotici
della personalità di gravità variabile. La nostra
personale esperienza ci fa affermare che questi pazienti hanno
spesso disturbi del sonno e comunque dormono molto poco, anche
se talvolta sono restii ad ammetterlo. L'alopecia areata è
comune in chi lavora la notte come i guardiani notturni e i disc
jockey ed è comunissima in chi per lavoro altera continuamente
il ritmo giorno-notte, luce-buio, sonno-veglia come i turnisti
in terza o in quinta; tanto che, a nostro parere, potrebbe configurarsi
come malattia professionale.
Negli ultimi decenni numerosi dati clinici e sperimentali hanno
mostrato la sensibilità del sistema immunitario nei confronti
di eventi emozionali e stressanti e la possibilità che
questi possano influenzare sia l'immunità cellulomediata
che anticorpomediata.
E' difficile capire perché l'alopecia è areata!
Il follicolo è tanto più suscettibile ad una noxa
patogena quanto maggiore è la sua attività mitotica.
L'evento patogeno che provoca la caduta di capelli nella alopecia
areata colpisce solo i follicoli in anagen, che è la fase
più vulnerabile del ciclo.
Nella alopecia areata si osserva che i follicoli colpiti mantengono
l'attività ciclica senza però riuscire a completare
la loro fase di crescita (Messenger A.G.). Si è ipotizzato
che l'alopecia areata colpisca solo i follicoli che si trovano
simultaneamente in quella sottofase dell'anagen con la più
alta attività mitotica. La distribuzione topografica dei
follicoli in questa fase, al momento dell'evento patogeno, condizionerebbe
la forma della chiazza (Rebora A.).
Questa ipotesi è suffragata dal riscontro clinico che l'alopecia
areata è rara nei pazienti con alopecia androgenetica,
nei quali l'anagen è di breve durata ed il ciclo follicolare
accelerato.
Oggi si è propensi a ritenere che l'alopecia areata
sia fondamentalmente una malattia autoimmune a patogenesi autoanticorpale
e cellulomediata.
A sostegno di questa ipotesi, si citano numerosi dati:
1) l'alopecia areata non è una malattia strettamente
limitata al follicolo pilifero;
2) i pazienti con alopecia areata hanno spesso autoanticorpi circolanti;
3) i reperti istologici mostrano la presenza di un infiltrato
infiammatorio linfocitario di aspetto "aggressivo" verso
i follicoli affetti dalla malattia;
4) è descritta l'associazione dell'alopecia areata con
tutte le patologie autoimmuni.
Le malattie associate a patogenesi
autoimmune che più frequentemente si accompagnano alla
alopecia areata sono: la tiroidite di Hashimoto, la vitiligine,
il diabete mellito di tipo I°, il morbo di Haddison, l'anemia
emolitica autoimmune, la gastrite cronica atrofica.
I pazienti con alopecia areata presentano spesso alterazioni dell'immunità
umorale con presenza di autoanticorpi circolanti organo e non
organo specifici, in particolare antimuscolo liscio, nel 40% dei
casi (Tosti A.).
Studi di immunofluorescenza diretta hanno dimostrato la presenza
di depositi granulari di C3, in minore misura IgG e IgM, lungo
la membrana basale della porzione inferiore dei follicoli piliferi
di molti pazienti: questi depositi sono più facilmente
osservabili al bordo delle chiazze. Depositi simili, interessanti
però soprattutto la parte infundibolare, sono però
dimostrabili anche in pazienti affetti da defluvio androgenetico
e pertanto rimane dubbio se siano veramente espressione di una
azione lesiva verso il follicolo o solo un epifenomeno della normale
regolazione del ciclo follicolare (Bystryn J-C.).
Lo studio della immunità cellulomediata
nei pazienti con alopecia areata mostra variazioni sia del numero
totale dei T linfociti che delle sottopopolazioni linfocitarie
nel sangue periferico.
L'infiltrato peribulbare è costituito quasi esclusivamente
da T linfociti con un aumento del rapporto T helper/T suppressor.
Il rapporto Th/Ts è particolarmente alto nelle fasi di
attività della malattia.
La composizione dell'infiltrato si modifica nelle chiazze che
non sono più in fase di attività o che rispondono
alla terapia (Orkin M.). Molti linfociti T dell'infiltrato sono
attivati ed esprimono gli antigeni DR.
E' quindi plausibile che i linfociti attivati possano "aggredire"
i cheratinociti della matrice del bulbo innescando il processo
patologico.
I linfociti T attivati hanno capacità di rilasciare linfochine
come: interferone gamma, fattore alfa di necrosi tumorale, transforming
growth beta factor. Queste linfochine, che inibiscono la proliferazione
dei cheratinociti in vitro, potrebbero in vivo agire sulle cellule
della matrice arrestando le mitosi (Baadsgaard O.).
Un quesito tuttora irrisolto è quale sia, a livello
follicolare, la cellula target della malattia.
Alcuni autori ritengono che la noxa colpisca primitivamente i
cheratinociti della matrice che danno origine alla corteccia del
pelo (Messenger A.G.).
Altri autori ritengono possibile un ruolo dei melanociti. Questa
ipotesi spiegherebbe la maggiore resistenza alla malattia dei
peli bianchi. I melanociti sono presenti a livello della matrice
del pelo solo durante la fase anagen, scompaiono quando il follicolo
entra in catagen, rimangono assenti durante tutto il telogen e
diventano nuovamente evidenti solo alla ripresa dell'attività
follicolare in coincidenza con l'anagen 4°. E' ipotizzabile
un "dialogo" paracrino fra cheratinociti e melanociti,
la cui funzionalità verrebbe vicendevolmente attivata.
Questo aiuta anche a capire perchè i peli ricrescono bianchi
all'inizio della fare di risoluzione della alopecia areata (Messenger
A.G.).
Alcuni autori ritengono che le cellule endoteliali del plesso
vascolare possano essere primitivamente colpite dal processo autoimmune
(Nickoloff B.J.) che determina la malattia con passaggio dei leucociti
mononucleati dai vasi agli spazi perivasali.
L'ipotesi che l'alopecia areata sia una condizione che colpisce
primitivamente la papilla dermica è invece suggerita dal
riscontro di alterazioni nei proteoglicani della matrice extracellulare
della papilla nei follicoli colpiti (Mc Donagh A.J.G.).
Personalmente riteniamo che il target della malattia possa essere
il cheratinocita o una proteina della guaina epiteliale interna
e che il danno primitivo da cui origina l'alopecia areata possa
essere di natura metabolica. Solo successivamente, per la presentazione
di antigeni prima coperti, si innescherebbe il fenomeno autoimmune
cellulomediato che determinerebbe la cronicizzare la malattia.
Questa ipotesi ci permette di comprendere come una alopecia areata
possa svilupparsi in poche ore, fatto non conciliabile, a nostro
parere, con una stretta patogenesi autoimmunitaria. I capelli
(o i peli) colpiti dalla malattia, dopo la distruzione del sistema
di ancoraggio delle guaine, cadono sia in anagen che in catagen
pare cioè che i capelli tentino, senza riuscirci, di "rifugiarsi
in telogen", stadio i cui la noxa patogena all'origine della
malattia non può più colpirli. Questo è in
accordo con le osservazioni istologiche che mostrano un netto
aumento della quota dei capelli catagen al bordo di espansione
di una alopecia areata. L'autoimmunità entrerebbe in gioco
successivamente, nella cronicizzazione della malattia. Se questo
non avviene abbiamo un telogen effluvio.
L'esordio della alopecia areata è caratteristicamente acuto e questo fatto è, come già detto, in contrasto con l'ipotesi di una patogenesi autoimmune "pura" della malattia.
Il paziente, o spesso chi gli vive vicino o il parrucchiere,
si accorge della comparsa di una o più chiazze tipicamente
"areate", completamente prive di peli, circolari o ovalari.
La cute non presenta alterazioni ma talvolta può apparire
leggermente depressa, simil atrofica, oppure, al contrario, edematosa
e leggermente eritematosa.
Le chiazze di alopecia areata possono interessare qualsiasi zona
del corpo ma sono più frequenti al cuoio capelluto ed alla
barba, zone più coinvolgenti emotivamente.
Seppure raramente la alopecia areata può interessare
solo le ciglia, le sopracciglia ed il pube, zone cioè con
anagen di breve durata e catagen/telogen relativamente lungo.
Sul cuoio capelluto la zona più colpita sembra essere quella
parietale. Quando la malattia si localizza in zona temporo-occipitale
si parla di ofiasi.
In base alla localizzazione ed all'estensione si suole distinguere
una alopecia in chiazze singole o multiple, una alopecia totale
che coinvolge tutto il cuoio capelluto, una alopecia universale
che interessa tutti i peli del corpo.
Ai margini delle chiazze in fase attiva si notano i "peli
a coda di topo": sono peli corti, tronchi a circa 3 mm dall'ostio
follicolare, con diametro e colore che si riducono progressivamente
in senso prossimale, destinati a cadere in 1 - 2 settimane; questi
stessi una volta estratti, per la loro tipica forma, vengono detti
"a punto esclamativo": si tratta di elementi anagen
distrofici o catagen, risultati da una alterazione transitoria
del processo di cheratinizzazione e sono patognomonici della alopecia
areata.
Tipico anche il "pelo cadaverizzato" che appare come
un punto nero sulla cute alopecica. Si tratta di un pelo che non
supera l'ostio follicolare. Quando la malattia è in fase
di risoluzione sono visibili, nelle chiazze, gli osti follicolari
aperti.
I capelli bianchi sono più resistenti al trauma alopecizzante
ed alla malattia. Quando questa ha un esordio acuto in soggetti
con capelli brizzolati, talvolta il paziente si ritrova con i
soli capelli bianchi. La relazione fra colore dei capelli ed alopecia
areata è evidenziata anche dalla predilezione della malattia
per i soggetti con capelli scuri e dal fatto che quando i capelli
ricrescono sono spesso bianchi o comunque di un colore più
chiaro di quello originario. Talvolta una ciocca bianca può
persistere per anni dopo la guarigione.
Non sempre però la malattia si presenta, in maniera
tipica, ma può esordire con un effluvio acuto, alopecia
areata incognita, e può porre problemi differenziali con
un telogen effluvio. La presenza di capelli in catagen o in anagen
distrofico all'esame attento o al controllo microscopico dirime
i dubbi diagnostici.
La alopecia areata si accompagna soventemente anche ad alterazioni
ungueali, a dimostrazione che la noxa patogena che colpisce i
peli colpisce anche le unghie, ma queste non appaiono correlate
con la gravità e con la prognosi della malattia di base.
I danni ungueali possono presentarsi
in vario modo: il pitting è l'alterazione più comune,
si tratta di depressioni cupuliformi disposte "a ditale da
cucito" in modo geometrico. Talvolta si osservano anche linee
di Beau, probabilmente in relazione ad una noxa patogena più
forte che ha agito in uno spazio di tempo più ristretto.
In un numero limitato di pazienti, valutato intorno al 3%, l'alopecia
areata si associa ad onicopatia grave che coinvolge tutte le venti
unghie "twenty nail distrophy" o "trachionichia"
(tracus = ruvido).
Nella trachionichia la lamina ungueale assume un aspetto simile
a quello di una superficie trattata con la carta vetrata. La trachionichia
è più frequente nei bambini ed il suo esordio può
precedere o seguire quello della alopecia areata anche di anni
ed il suo decorso non appare necessariamente legato a quello della
alopecia areata. La trachionichia ha comunque andamento benigno
e tende ad una lenta regressione spontanea nel giro di qualche
anno.
Il decorso della alopecia areata
è imprevedibile. Nella maggior parte dei pazienti e nelle
forme a chiazze i peli ricrescono spontaneamente, ma il decorso
della affezione è capriccioso, tipicamente recidivante
e le recidive sono più gravi dell'episodio iniziale. Spesso,
mentre i capelli ricrescono in una chiazza altre chiazze si aprono
in altre sedi.
Effettuando una trazione con le dita su ciuffi di capelli (pull
test) ai bordi di una chiazza attiva e "contando" il
numero dei capelli estratti si può avere un' idea della
evoluzione della malattia, quando il numero di capelli che si
estraggono è elevato (5 - 15 ed oltre) è verosimile
che la chiazza stia ingrandendosi. Se il test è positivo
su tutto il cuoio capelluto è prevedibile che il paziente
svilupperà una forma severa di alopecia areata.
La alopecia areata si associa spesso a sindromi malformative o
disordini immunitari. Nei pazienti atopici l'alopecia areata spesso
esordisce nei primi anni di vita, ha un decorso molto lungo, con
molte ricadute e può evolvere verso le forme più
gravi.
La sindrome di Down si associa con alta frequenza alla alopecia
areata che in questi pazienti assume un andamento cronico con
scarsa risposta alla terapia. I pazienti con sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada,
caratterizzata da uveite, ipoacusia, manifestazioni neurologiche
e vitiligine, presentano spesso anche una alopecia areata. Questa
sindrome potrebbe essere espressione di un interessamento polidistrettuale
dei melanociti, che oltre che a livello dell'epidermide e dei
follicoli sono presenti anche a livello dell'uvea, dell'orecchio
interno e delle meningi. Alcuni studi hanno dimostrato che i pazienti
alopecici presentano alterazioni a carico del cristallino, del
fundus ed anomalie morfologiche funzionali dell'epitelio pigmentato
retinico. Alcuni autori hanno descritto anomalie gonadiche ed
anticorpi antigonadi a titolo significativo in pazienti giovani
con alopecia areata.
La diagnosi di alopecia areata
nelle sue forme tipiche non presenta difficoltà. Talvolta
però la malattia può presentarsi clinicamente con
aspetti difficili e "mascherati".
Come già abbiamo accennato l'alopecia areata può
esordire con un quadro senza chiazze alopeciche ma simile al "telogen
effluvium" e si parla in questi casi di "alopecia areata
incognita". Un esame microscopico dei capelli che cadono
mostrerà che nella alopecia areata la maggior parte degli
elementi che cadono sono catagen o anagen distrofici assottigliati
nella loro porzione prossimale (a punto esclamativo), nel telogen
effluvio sono telogen maturi.
Di fronte a una chiazza alopecica localizzata a livello fronto-temporale
bisogna tenere presente la "alopecia triangolare congenita",
così di fronte a una chiazza del vertice bisogna conoscere
la "aplasia cutis verticis" che tuttavia si differenziano
per l'assenza di peli a coda di topo (o a punto esclamativo) e
per il dato anamnestico della presenza della chiazza fin dalla
nascita.
Le chiazze di lunga durata possono porre problemi differenziali
con le alopecie cicatriziali nella fase di remissione, con il
LED, il lichen ruber planus, con la pseudoarea di Brocq, con le
cicatrici. Tutte queste condizioni hanno comunque un aspetto francamente
più atrofico.
Talvolta difficile ed importante è la diagnosi differenziale
con le alopecie metastatiche specialmente da carcinomi mammari,
che al tatto sono però più dure ed aderenti.
L'eritema cronico migrante è molto simile, nelle sua fase
di estensione, alla alopecia areata ma al centro della chiazza
è comunemente visibile la necrosi cutanea dovuta alla pinzatura
di zecca.
La tricotillomania si distingue per l'aspetto spesso bizzarro
delle chiazze, la presenza di peli spezzati e di colpi d'unghia.
La prognosi della alopecia areata
è difficile e variabile da soggetto a soggetto. Si può
affermare che è in relazione all'età di insorgenza,
alla familiarità, alla superficie coinvolta, alla durata,
alla presenza di atopia e di altre malattie autoimmuni, alla risposta
a precedenti trattamenti.
La guarigione delle forme a chiazze è generalmente sicura
e spontanea. La prognosi peggiore è legata alle forme totali,
universali, all'ofiasi ma la guarigione spontanea è comunque
sempre possibile.
Ancora oggi può essere considerata valida, soprattutto
dal punto di vista prognostico, la classificazione di che divide
l'alopecia areata in quattro tipi:
tipo comune, molto frequente, tipico della tarda adolescenza o
dei primi anni della vita adulta, ha decorso inferiore a 3 anni,
la regressione delle chiazze avviene comunemente in meno di 6
mesi, non vi è nessuna associazione significativa con malattie
autoimmuni;
tipo atopico, esordisce quasi sempre nell'infanzia, ha decorso
prolungato e prognosi sfavorevole. Può evolvere verso una
alopecia totale,
tipo preipertensivo, colpisce giovani adulti, con diatesi ipertensiva
ed evolve rapidamente verso una alopecia totale,
tipo autoimmune, si associa a malattie autoimmuni soprattutto
endocrine, esordisce comunemente dopo i 40 anni, ha decorso persistente
ed evolve nel 10% dei casi verso l'alopecia areata totale.
L'aspetto istologico della alopecia
areata varia a seconda delle fasi della malattia.
Nello stadio acuto, quando i capelli cadono per la prima volta
o al margine di una chiazza che si sta allargando si osserva un
elevato numero di follicoli in catagen-telogen circondati da un
infiltrato infiammatorio linfocitario. I follicoli in anagen possono
essere sia di dimensioni normali con il bulbo situato nell'ipoderma
che di piccole dimensioni con il bulbo superficializzato.
Nelle chiazze alopeciche in stadio cronico, presenti da lungo
tempo, si osserva comunque una normale densità follicolare
ma i follicoli sono di piccole dimensioni.
Talvolta i follicoli appaiono istologicamente sostituiti da
tratti fibrosi con quadro simile a quello di una alopecia cicatriziale.
I follicoli, quando sono visibili, appaiono sia in telogen che
nelle prime fasi dell'anagen, al 3° - 4° stadio, e sono
circondati da un denso infiltrato linfocitario peribulbare definito
"a sciame d'api".
Nello stadio di remissione, nelle aree di ricrescita iniziale, si notano follicoli in anagen di maggiori dimensioni contenenti un sottile fusto senza midollo. L'infiltrato linfocitario si fa scarso o è assente.
Non esistono esami di laboratorio utili ad individuare la possibile eziologia dell'alopecia areata ma sarà opportuno prescrivere quegli accertamenti volti ad evidenziare possibili malattie autoimmuni associate: Emocromo, VES, Ra-test, TSH, fT4 autoanticorpi antinucleari. Talvolta un dosaggio urinario nelle 24h dell'acido vanilmandelico mostra valori collocabili nella fascia alta della normalità. Per la maggior parte degli Autori è inutile prescrivere al paziente accertamenti radiologici per la ricerca di foci dentari e sinusali, in quanto sembra ormai accertato che non esiste relazione fra alopecia areata e patologie focali.
Il decorso naturale della alopecia areata, costellato di remissioni
e recidive, rende difficile la valutazione di qualsiasi terapia. Nella alopecia che coinvolge
meno del 40% del cuoio capelluto c'è una alta probabilità
di ricrescita spontanea dei capelli entro un anno dall'esordio,
probabilità valutata nel 40% nei bambini e nel 70% negli
adulti (Tosti A.). Non è quindi sempre opportuno instaurare
trattamenti impegnativi in questi pazienti dal momento che il
rapporto rischio/beneficio suggerisce spesso un comportamento
di attesta.Molte delle terapie comunemente utilizzate devono forse
essere considerate solo un placebo utile a dare alla malattia
il tempo necessario a risolversi spontaneamente. Fra queste ricordiamo
la crioterapia, il minoxidil, i vasodilatatori, le vitamine, gli
aminoacidi, lo zinco.
Possiamo però affermare che il placebo è la più
valida terapia della alopecia areata e l'uso di un placebo come
la crioterapia con anidride carbonica solidificata (neve carbonica)
dà al paziente la misura dell'interessamento del medico
al suo caso e lo tranquillizza.
La nostra quotidiana esperienza ci dice poi che il paziente con
alopecia areata presenta costantemente disturbi della sfera affettiva,
acuti o cronici, che quasi sempre lo portano a dormire poco e/o
male e ci siamo convinti che sia utile ripristinare, anche farmacologicamente,
un sonno qualitativamente e quantitativamente soddisfacente. Ansia
e depressione sono in qualche modo legate alla malattia e la loro
valida terapia costituisce il presupposto per rompere il cerchio
delle continue ricadute. Talvolta il paziente con alopecia areata
presenta disturbi psichici maggiori che dovranno essere opportunamente
trattati. Saranno quindi utili presidi terapeutici della alopecia
areata gli ipnoinducenti, gli ansiolitici, gli antidepressivi,
gli antiallucinatori e talvolta la psicoterapia.
La terapia farmacologica con corticosteroidi locali ci sembra
utile, sia che questi vengano somministrati topicamente con medicazione
aperta, sia che si voglia ricorrere alla terapia occlusiva, sia
che si preferisca la terapia iniettiva intralesionale. Una infiltrazione
di triamcinolone alla concentrazione dello 0,5 - 1 mg/ml in una
chiazza alopecica dà risultati positivi nel 95% dei casi
questi potranno essere seguiti da recidiva se contemporaneamente
il "male psichico" che accompagna l'alopecia non è
stato adeguatamente affrontato.
Anche la PUVA terapia si è dimostrata efficace ma è
sicuramente scomoda per il paziente e spesso economicamente troppo
onerosa. Un soggiorno marino è comunque consigliabile e
spesso si dimostra utile sia per l'elioterapia naturale, inevitabilmente
connessa, che per il riposo. E' comunque comune osservare la risoluzione
di forme anche gravi durante le vacanze estive come la recidiva
nei periodi invernali.
Si è dimostrato anche utile l'uso prudente di catrame medicale,
ad azione fotosensibilizzante, in pomata o in stick durante il
soggiorno marino o semplicemente durante la stagione estiva. L'antralina
topica, alla concentrazione dello 0,1 - 0,5%, utilizzata durante
le ore notturne e lavata al mattino è una delle terapie
più adatte al trattamento della alopecia areata in età
pediatrica in quanto scevra da effetti collaterali importanti,
eccetto l'inevitabile irritazione.
Le terapie sensibilizzanti ed immunostimolanti possono essere
efficaci nelle forme più gravi e di lunga durata. Si utilizzano
sostanze ad elevata capacità sensibilizzante allo scopo
di indurre una dermatite allergica da contatto sul cuoio capelluto
affetto da alopecia. Anche se il reale meccanismo di azione di
queste terapie è discusso si ritiene che l'immunostimolazione
locale possa agire attraverso due possibili vie: da un lato un
nuovo antigene artificialmente fornito può competere con
l'antigene ancora sconosciuto che causa la malattia, "distraendo"
la risposta immunitaria; dall'altro una immunostimolazione protratta
può determinare indirettamente la produzione di linfociti
T suppressor che contrastano la risposta immunitaria follicolare
(Happle R.). Storicamente la prima sostanza utilizzata è
stata il dinitroclorobenzene (DNCB), poi abbandonato per le sue
proprietà mutagene. Oggi viene usato il dibutilestere dell'acido
squarico (SADBE) ed il difenilciclopropenone (DFC) che rispondono
ai requisiti necessari; cioè sono apteni in grado di sensibilizzare
praticamente la totalità degli individui esposti, non sono
presenti nell'ambiente, non sono mutageni. La sensibilizzazione
viene indotta applicando la sostanza scelta per 48 ore al 2% in
acetone con un cerotto da patch test a contatto della cute del
paziente; dopo 3 settimane si comincia ad applicarla a scopo terapeutico
sul cuoio capelluto ad una concentrazione sufficiente a determinare
una lieve dermatite da contatto.
Recentemente si è usato, nelle forme gravi di alopecia
areata, la ciclosporina A. Questa si è dimostrata di efficacia
discutibile solo a dosaggi relativamente alti per via sistemica,
completamente inefficace per via topica. Il razionale di questa
terapia risiede nella capacità della ciclosporina di indurre
il rilascio di linfochine dai linfociti T e/o di bloccare la reazione
autoimmune che sarebbe alla base della malattia.
Qualunque sia la terapia scelta per un' alopecia areata grave
questa dovrà comunque essere protratta per un tempo lungo
(almeno un anno o più) prima di poterne decretare l'inutilità
e purtroppo non esiste alcun criterio sicuro che ci permetta di
predire se il paziente ne trarrà beneficio. Esistono anche
pazienti "non-responders" nei quali ogni accanimento
terapeutico è del tutto frustrante.
Personalmente riteniamo che l'alopecia areata sia in qualche modo
psico-determinata e che ogni terapia, per quanto corretta e bene
impostata, sia destinata al fallimento, se prima non si è
riusciti a risolvere o a rimuoverne la causa condizionante.