Premessa
Se durante la vita intrauterina non si sviluppassero le gonadi
l'evoluzione fenotipica del corpo umano e delle strutture riproduttive
avverrebbe sempre in senso femminile.
Nel secondo mese di vita intrauterina la formazione dei testicoli
dalla gonade primitiva bipotenziale e la conseguente produzione
di testosterone (T) inibisce lo sviluppo delle strutture sessuali
femminili ed induce il fenotipo maschile.
Lo pseudoermafroditismo da deficit di 5 alfa reduttasi
É particolarmente comune a Santo Domingo ed in alcune
aree della Turchia.
Lo pseudoermafroditismo maschile da deficit di 5 alfa reduttasi,
noto anche come "ipoplasia perineoscrotale", è
dovuto a carenza congenita di 5 alfa riduzione degli androgeni
e rappresenta la più conosciuta e studiata forma di pseudoermafroditismo
incompleto del maschio. É caratterizzato da scroto mancante
o bifido e da ginecomastia prepubere. Nel bambino affetto i testicoli
non sono discesi ed esiste solo un micropene (di misura variabile
e considerato un clitoride) anteriormente ad una pseudovagina
a fondo cieco: i genitali esterni sono perciò di aspetto
femminile e questi soggetti vengono, alla nascita, considerati
femmine.
In questi pazienti i tessuti bersaglio del testosterone (T), a
differenza dei tessuti diidrotestosterone (DHT) dipendenti, subiscono
la normale differenziazione (si formano così i dotti deferenti,
l'epididimo, le vescichette seminali) mentre rimangono di tipo
femminile i tessuti bersaglio del DHT (come lo scroto che è
fortemente ipoplasico o assente). Ne risulta la persistenza dell'apertura
del seno urogenitale e la conseguente formazione della pseudovagina
a fondo cieco.
Al momento della pubertà la produzione gonadica di testosterone,
abbondante per la forte increzione di LH di questi soggetti (che
fisiologicamente è frenata dal diidrotestosterone), determina
imponente sviluppo delle masse muscolari (T dipendenti) e parziale
virilizzazione dei genitali esterni con aumento di dimensione
del pene che dimostra capacità erettiva.
La malattia ha una espressività molto variabile fra due
estremi: alcuni individui, alla pubertà, divengono maschi
a tutti gli effetti, hanno completa discesa testicolare, sono
fertili e condurranno poi una vita psico-affettiva maschile normale;
altri hanno una virilizzazione solo parziale, i testicoli permangono
ritenuti con sterilità per azoospermia e sceglieranno di
venire castrati per continuare a condurre la loro vita da donna.
Comunque anche nei soggetti con completa virilizzazione si ha
minore arretramento frontoparietale maschile dei capelli (rispetto
ai maschi normali) e distribuzione dei peli di tipo femminile.

Questi soggetti, in ogni caso, anche quando senza scroto e con testicoli ritenuti, prendono aspetto fenotipico maschile, presentano livelli di T normali o alti ma concentrazioni di DHT nettamente ridotte, hanno valori elevati di LH ma non di FSH (a dimostrazione che lo steroide coinvolto nel feedback dell'LH è il DHT e non il T) possono svolgere attività sessuale di tipo maschile (a dimostrazione che l'ormone essenziale per tale attività è il T e non il DHT). Non hanno sviluppo femminile del seno dopo la pubertà (la ginecomastia, se era presente, regredisce) e non hanno mai alopecia del vertice.

Il modello clinico delle sindrome da deficit di 5 alfa reduttasi
ci ha fatto capire quali sono i tessuti la cui espressione fenotipica
è T o DHT dipendente: nella differenziazione dell'apparato
genitale maschile le strutture wolffiane (deferente, epididimo,
vescichette seminali) sono sotto il controllo del T mentre i genitali
esterni, lo scroto, la prostata, sono sotto il controllo del diidrotestosterone.
Semplificando:
=> testosterone dipendenti sono:
- lo sviluppo delle masse muscolari,
- lo sviluppo dei dotti deferenti, dell'epididimo, delle vescichette
seminali e, in parte, del pene come pure la sua erezione,
- l'inibizione dello sviluppo del seno,
- l'arretramento frontoparietale dei capelli alla pubertà.
=> diidrotestosterone dipendenti sono:
- Il feedback ipotalamo-ipofisario testicolare dell'LH e del T,
- lo sviluppo del sacco scrotale,
- la maturazione degli spermatociti a spermatozoi,
- la alopecia del vertice
Nota: lo pseudoermafroditismo da deficit di 5 alfa reduttasi è una variante della Sindrome di Reifenstein (che è dovuta a vari deficit enzimatici), che non deve essere confusa con la Malattia di Reifenstein (dovuta a deficit di 17 beta idrossisteroido ossidoreduttasi)

BIBLIOGRAFIA
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Gli isoenzimi della 5 alfa reduttasi
La sintesi di diidrotestosterone è catalizzata dalla
5 alfa reduttasi che esiste almeno sotto due forme isoenzimatiche,
dette rispettivamente: isoenzima tipo 1 ed isoenzima tipo 2.
Le attuali conoscenze sugli isoenzimi della 5 alfa reduttasi,
come emergono dalla letteratura, sono confuse e talvolta contraddittorie:
sembra tuttavia di potere schematizzare nel seguente modo quanto
si sa di certo:
pare dimostrato che lo pseudoermafroditismo maschile descritto
da Imperato-Mc Ginley J. nel 1974 sia la conseguenza di una mutazione
del solo di tipo 2 (Thigpen A.E. et at: 1992); mediante immunoblotting
sono stati identificati i tessuti specifici la cui espressione
fenotipica è dipendente dagli isoenzimi tipo 1 o 2 della
5 alfa reduttasi; nel feto l'isoenzima 1 non è mai documentabile;
invece l'isoenzima di tipo 2 è dominante e già documentabile
nella cute, a livello dei genitali e nei tessuti che daranno origine
agli organi sessuali accessori maschili; nel neonato ambedue gli
isoenzimi sono presenti alla nascita ma scompaiono con la scomparsa
dal siero delle gonadotropine materne: sono quindi ambedue gonadotropino
dipendenti; notiamo che l'isoenzima tipo 1 è espresso alla
nascita solo transitoriamente nella cute del cuoio capelluto per
poi scomparire e ricomparire definitivamente e permanentemente
dopo la pubertà; non esiste alcuna differenza qualitativa
o quantitativa per gli isoenzimi della 5 alfa reduttasi tra feto
e bambino che da adulto perderà i capelli e quello che
non li perderà: la differenza esiste solo nell'adulto;
nell'adulto l'isoenzima di tipo 2 è sicuramente presente
nelle ghiandole sessuali maschili accessorie ed è particolarmente
abbondante nei tessuti della prostata, dove è stato anche
meglio studiato, specie in presenza di iperplasia benigna e/o
di adenocarcinoma; l'isoenzima di tipo 1 è abbondante nella
cute del vertice del cuoio capelluto ed è reperibile nei
follicoli piliferi (a livello della papilla, della matrice, delle
guaine e delle ghiandole sebacee); a livello del follicolo pilifero,
in quantità assai più modesta, sembra sia presente
anche l'isoenzima di tipo 2.
Questi dati fanno pensare che la 5 alfa reduttasi tipo 1 sia responsabile, con il testosterone, della parziale virilizzazione in soggetti tipo 2 deficienti al momento della pubertà, e suggerisce che lo stesso isoenzima tipo 1 sia un fattore decisivo nello svilupparsi della calvizie maschile.
La 5 alfa reduttasi isoenzima tipo 1, propria della cute e
del cuoio capelluto è diversa dall' isoenzima tipo 2 prostatico:
1) strutturalmente i due isoenzimi sono uguali come sequenza aminoacidica
solo per il 50%,
2) il gene che codifica l'isoenzima 1 è localizzato nel
braccio corto del cromosoma 5, il gene che codifica l'isoenzima
2 si trova nel braccio corto del cromosoma 2,
3) le condizioni ideali per la 5 alfa reduttasi tipo 1, concentrata
nella parte alta del cuoio capelluto, per ridurre il T a DHT prevedono
un pH intorno a 7,0. Le condizioni ideali di pH per l'enzima 2
prostatico sono intorno a 5,5,
4) questi isoenzimi differiscono anche per la loro capacità
di legarsi al T che è 25 volte più alta per la reduttasi
isoenzima 1 del cuoio capelluto rispetto a quella dell'isoenzima
2 prostatico,
5) la differenza più significativa tra i due enzimi, che
presumibilmente è la conseguenza delle precedenti differenze,
è la loro affinità per gli inibitori.
I composti 4-azasteroidi ed il 3-carboxiandrostadiene (la finasteride
è un composto 4-azasteroide sintetico) sono inibitori potenti
della reduttasi 2 prostatica ma solo debolissimi inibitori della
reduttasi 1 tipica del cuoio capelluto.
Al contrario il pregnan-3 ene, 4, 20 dione (cioé il progesterone
naturale) è un ottimo inibitore dell'isoenzima 1 come dell'isoenzima
2; alcuni N-4-methylazasteroidi sono buoni inibitori della reduttasi
tipo 1.
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Progesterone
Il progesterone naturale (pregnan-3 ene, 4, 20 dione), i suoi
derivati diretti e quelli 17 alfa idrossilati si sono dimostrati
capaci di inibire l'attività 5 alfa reduttasica per competizione
con il testosterone.
I progestativi di sintesi, utilizzati da soli per via generale,
trovano indicazione nei defluvi femminili da carenza progestinica,
per anovulazione e tipicamente nel defluvio del periodo della
pre-menopausa, periodo che sopraggiunge 4 - 5 anni prima della
menopausa.
Il periodo della pre-menopausa è caratterizzato clinicamente
da cicli anovulatori con mestrui irregolari (caratteristiche l'oligomenorrea,
la spaniomenorrea e le metrorragie) e, endocrinologicamente, dal
deficit progestinico con conservata (se pur ridotta) produzione
estrogenica.
Il deficit progestinico comporta da un lato un aumento dell' attività
periferica degli androgeni ovarici (per ridotta competizione)
e dall'altro un incremento della secrezione ipofisaria di LH e
quindi della secrezione da parte dello stroma ovarico di androstenedione,
steroide precursore degli estrogeni ma anche facilmente riducibile
(ridurre = acquistare un H) a T dalla 17 OH steroido reduttasi
(17 beta HSD) in presenza di NADH2.

Se si è posta diagnosi di anovulazione e quindi di carenza
progestinica è imperativo somministrare progestinici (anche
per evitare situazioni di iperestrismo relativo con prevedibili
e pericolose ripercussioni sugli organi bersaglio degli estrogeni
come l'utero e la mammella), preferibilmente i progestinici più
fisiologici e simili al progesterone naturale come il retroprogesterone
od il medrogestone (assai più pratici) o, se vogliamo una
azione più potente a livello uterino, medrossiprogesterone
(MAP), derivato del 17 idrossiprogesterone (che è il metabolita
intraghiandolare naturale del progesterone) alla dose di 5 - 10
- 20 mg dal 14°/16° al 25° giorno del ciclo.
Otterremo così una riduzione della produzione di androgeni
gonadici per inibizione della produzione ipofisaria di LH, un
effetto di inibizione sul metabolismo periferico del T ed un ripristino
della regolarità del mestruo.
Dovrebbero essere evitati, in tricologia, i più potenti
progestinici derivati dal 19 nortestosterone (nor-androstani)
che, per quanto molto utili in endocrinologia ginecologica, possono
avere essi stessi una non trascurabile azione androgena diretta:
il derivato più famoso e più utilizzato di questa
classe è il noretisterone (Primolut Nor ®).
Al di fuori del caso della carenza progestinica e del periodo
della pre-menopausa i progestativi sono generalmente somministrati
insieme agli estrogeni, sotto forma di preparati estroprogestinici,
la così detta "pillola antifecondativa" (la prima
in Italia fu l'Enovid).
Gli Estroprogestinici nelle primitive versioni ad alto dosaggio
di estrogeno (di solito l'etinilestradiolo) da 0,075 a 0,1 mg,
allora sempre associato ad un progestinico non androstanico e
non androgenizzante (di norma si usava il noretinodrel, il clormadione,
il medrossiprogesterone) davano buoni risultati sull'androgenismo
cutaneo con riduzione della caduta dei capelli, miglioramento
della seborrea e dell'acne.
Successivamente, per il timore di complicanze tromboemboliche
(assai ipotetiche) e anche sull'onda di una "moda commerciale",
si è assistito ad una ricerca (mai del tutto scientificamente
motivata) di dosaggi steroidei sempre più bassi e si è
preferito non superare il dosaggio di 0,05 mg di etinilestradiolo,
accoppiando all'estrogeno progestativi androstanici o nor-androstanici
(come ad esempio il noretisterone, il norgestrel, il levonorgestrel,
il desogestrel ed il gestodene: tutti derivati dal 19 nor-testosterone)
assai più potenti, ad emivita più lunga, con maggiore
capacità inibitoria ipofisaria, di maggiore sicurezza contraccettiva
ma sicuramente privi di effetti antiandrogeni o addirittura decisamente
androgenizzanti ma utilizzabili a dosaggi più bassi (naturalmente
in peso e non in attività biologica ma più graditi
dal mercato).
Si è così creata una 2° e poi una 3° generazione
di anticoncezionali orali (certamente in tal senso più
sicuri), si è facilitata la contraccezione orale ed aumentato
le vendite ma si è anche creato una serie di farmaci capaci
di aggravare o provocare un androgenismo cutaneo (e talvolta non
solo cutaneo) e capaci di indurre, in soggetti predisposti geneticamente,
defluvio, ipertricosi ed acne.
L'attività androgena dei progestinici di sintesi utilizzati
per la contraccezione orale è assai variabile: trascurabile
per i derivati dei metaboliti fisiologici del progesterone (come
i 17 idrossilati) è invece assai accentuata per i progestinici
più potenti e ad emivita lunga, caratterizzati da 19 o
20 atomi di carbonio e derivati dal T (nor-androstani).
Ricordiamoci che il progesterone naturale è caratterizzato
da una struttura tetraciclica a 21 atomi di carbonio.
Gli effetti androgeni dei progestinici possono essere attribuiti
a due diversi meccanismi:
1) fissazione diretta sui recettori degli androgeni;
2) fissazione sulla SHBG: il T legato alla SHBG viene spiazzato
dal progestinico, che ha per la globulina legante maggiore affinità,
con conseguente aumento della sua quota libera.
É importante saper distinguere i progestinici di sintesi
a 19 e 20 atomi di carbonio, tutti potenzialmente androgenizzanti,
dai progestinici a 21 atomi di carbonio, derivati dal progesterone
naturale, non androgenizzanti e talvolta ad effetto decisamente
antiandrogeno e dai quali deriva anche il noto ciproterone.

In genere possiamo dire che i progestativi più simili al progesterone (retroprogesterone, medrogestone, demegestone, promegestone etc) e quelli della serie del 17 alfa-idrossiprogesterone esplicano una azione antiandrogena mentre quelli della serie del 19 nor-testosterone hanno sempre una azione androgena più o meno pronunciata.

Per uso locale il progesterone naturale ed i suoi derivati
17 idrossilati si sono dimostrati capaci di inibire l'attività
5 alfa reduttasica dal 70 all'87% nei soggetti trattati (Zappalà
F. - Mauvais-Jarvis P.).
Dopo applicazione epicutanea circa il 10% del progesterone somministrato
supera rapidamente lo strato cutaneo, viene concentrato nei tessuti
epidermici, dermici e ghiandolari e quindi per la massima parte
metabolizzato gradualmente in derivati inattivi a livello del
complesso follicolo-pilo-sebaceo (Fayolle J. - Mauvais-Jarvis
P.).
Il passaggio nel circolo sistemico (assorbimento) è estremamente
ridotto e le concentrazioni seriche dello steroide rimangono pressoché
invariate rispetto ai livelli basali (Manfredi G. - Mauvais-Jarvis
P.) e non vi sono alterazioni delle gonadotropine. Questo è
il motivo per cui nel produrre cerotti transdermici estroprogestinici
l'industria farmacologica ha dovuto ricorrere al noretisterone
(di metabolismo locale assai più complesso, con emivita
molto più lunga, sicuramente androgenizzante).
É in commercio una preparazione etica di progesterone
per uso topico ma a concentrazione probabilmente troppo bassa
(0,5%) per poter avere effetti terapeutici rilevanti.
Possiamo però trattare con una soluzione topica di progesterone
naturale i pazienti affetti da defluvio androgenetico maschile,
selezionati per una chiara ereditarietà familiare, ottenendo
un rallentamento dell'evoluzione naturale della alopecia. In pratica
si inganna il follicolo che, inibito nella sua funzione 5 alfa
reduttasica finalizzata al ricambio del capello, crede di avere
più "tempo anagenico" (qualcosa di simile alla
"memoria virtuale" di un computer) e allunga la durata
dell'anagen dei capelli trattati.
Il progesterone è stato usato in passato topicamente a
concentrazioni variabili (sempre più alte col passare degli
anni: 0,5 - 1 - 2 - 3 - 4%) in soluzione idroalcolica (in etanolo
60-70% alla concentrazione del 3% abbiamo una soluzione satura)
nella dose di 2 - 4 ml al giorno (10 - 20 - 40 - 60 - 80 mg die).
Degna di nota è la quasi assoluta mancanza di effetti collaterali
ad eccezione di quelli imputabili all'eccipiente alcolico del
progesterone: bruciore della cute, secchezza dei capelli (peraltro
indice clinico di blocco della 5 alfa reduttasi della ghiandola
sebacea), disidratazione dello stelo del capello (comunque accettabile)
e della cute con pitiriasi secca (forfora).
Il grande limite di questo tipo di approccio terapeutico in tricologia
è la produzione testicolare (centrale quindi e non periferica)
di diidrotestosterone, pari circa al 20 - 25% dell'ormone totale
(DHT) circolante; infatti gli effetti degli steroidi a livello
della cute sono (quasi) di tipo "tutto o nulla", cioè
è sufficiente la presenza dell'ormone, indipendentemente
dalla sua quantità, per provocare (quasi) tutto l'effetto
biologico.
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Finasteride
La finasteride rappresenta il prototipo di una nuova classe
di inibitori specifici della 5 alfa reduttasi ed è indicata
per il trattamento della iperplasia prostatica benigna. É
un composto 4-azasteroide sintetico e si presenta come una sostanza
cristallina di colore bianco, solubile in cloroformio e negli
alcoli inferiori, praticamente insolubile in acqua.
La finasteride non ha affinità per i recettori degli androgeni.
É un potente inibitore competitivo della 5 alfa reduttasi
umana isoenzima tipo 2 in vitro ed in vivo.
Da risultati di studi randomizzati in doppio cieco sappiamo che
una singola dose di 5 mg di finasteride per os provoca una rapida
riduzione della concentrazione serica di DHT, con effetto massimo
osservabile dopo 8 ore e che raggiunge circa l'80% dopo 7 - 10
giorni di assunzione, per ritornare ai valori di pretrattamento
alla sospensione.
Una dose orale di finasteride viene escreta con le urine per il
39% sotto forma di metaboliti e per il 57% con le feci, sempre
come metaboliti.
La biodisponibilità è intorno all'80% e non viene
influenzata dal cibo. Le concentrazioni massime si raggiungono
in circa 2 ore e l'assorbimento è completo in 6 - 8 ore.
L'emivita plasmatica della sostanza è di circa 6 ore. Il
legame proteico è intorno al 93%. Dopo somministrazione
giornaliera di 5 mg la concentrazione plasmatica allo stato di
equilibrio è di circa 8 - 10 ng/ml e rimane stabile nel
tempo.
La finasteride non ha presentato effetti sui livelli circolanti
di cortisolo, estradiolo, prolattina, ormone tireotropo e tiroxina
né sull'assetto lipidico.
In pazienti trattati per 12 mesi è stato osservato un aumento
di circa il 15% dell'ormone luteinizzante (LH) e di circa il 9%
del follicolostimolante (FSH).
Il quadro metabolico che si ottiene è assimilabile a quello
dei soggetti con deficit genetico di 5 alfa reduttasi che presentano
livelli di DHT marcatamente ridotti, prostata piccola e alla nascita
difetti di sviluppo dei genitali esterni ma non altri disturbi
clinicamente importanti.
Non sono stati rilevati fatti di tossicità epatica, renale,
gastrica, respiratoria o cardiovascolare imputabili al farmaco
né è stata osservata alcuna evidenza di effetti
carcinogenetici o mutageni nei fruitori del farmaco.
La sua somministrazione nella donna è potenzialmente pericolosa
per il rischio di femminilizzazione dei genitali esterni di un
feto maschio in una eventuale gravidanza. Il blocco della 5 alfa
reduttasi isoenzima tipo 2 fetale comporta il rischio di uno pseudoermafroditismo
da deficit di 5 alfa reduttasi iatrogeno.
La finasteride si ritrova nell'eiaculato dei soggetti trattati
in quantità pari circa ad 1/50 della dose assunta per via
orale e non è noto se un feto di sesso maschile possa subire
femminilizzazione nel caso che la madre venga esposta allo sperma
di un paziente in trattamento.

Anche per la finasteride, come per quasi tutti gli altri antiandrogeni,
è stato subito preconizzato un uso nella terapia del defluvio
e della alopecia androgenetica.
Il farmaco, con questa nuova indicazione, è stato approvato
dalla F.D.A. e la specialità sta entrando in commercio
nel mondo in forma di compresse da 1 mg (dosaggio consigliato:
1 mg/die). Con questa dose le concentrazioni seriche di DHT diminuiscono
del 65% nell'arco di 24 ore dalla somministrazione. Le concentrazioni
seriche di testosterone ed estradiolo aumentano del 15% circa
ma rimangono entro i limiti della norma (The Medical Letter XXVII,
9, 1998).
Gli effetti collaterali sembrano essere poco rilevanti e soprattutto
poco vistosi, limitati a circa il 4% dei pazienti trattati, comunque
reversibili alla sospensione del farmaco. Gli effetti collaterali
denunciati sono ovviamente correlati alla funzione sessuale: impotenza,
diminuzione della libido, diminuzione del volume dell'eiaculato,
più frequentemente oligo-asteno-azoospermia reversibile
(sempre reversibile?).
L'effettiva utilità del trattamento in campo tricologico
è comunque ancora tutta da discutere.
Da una nostra indagine informale, condotta presso i Medici Generici,
non risulta che il farmaco, quando somministrato per adenoma prostatico,
abbia mai determinato la ricrescita dei capelli. Anche in letteratura
non è segnalata ricrescita di capelli in uomini che assumevano
la finasteride per adenoma prostatico. D'altra parte i 4-azasteroidi
inibiscono solo in minima parte la 5 alfa reduttasi isoenzima
tipo 1, largamente rappresentato a livello del cuoio capelluto.
Non ci pare eticamente corretto utilizzare la finasteride in giovani
maschi per una possibile (ma improbabile) "cura" della
calvizie, considerando che:
1) i 4-azasteroidi non inibiscono, se non in minima parte, la
5 alfa reduttasi isoenzima 1,
2) l'azione degli ormoni sessuali sui follicoli pilosebacei non
è proporzionale alla quantità di ormone ma è
dovuta semplicemente alla sua presenza.
3) il tempo utile di terapia non può, nel migliore dei
casi, essere inferiore a 10 - 15 anni, che corrispondono agli
anni che la Natura ha dedicato alla riproduzione,
4) il farmaco si ritrova nell'eiaculato e pertanto un feto di
sesso maschile potrebbe teoricamente essere esposto al rischio
di femminilizzazione se la madre avesse rapporti sessuali con
un paziente in trattamento,
5) la finasteride è teratogena negli animali ed il produttore
del farmaco avverte che le donne in stato di gravidanza o che
potrebbero esserlo non devono assumere finasteride o maneggiare
compresse rotte o sminuzzate.
Vogliamo anche aggiungere che, secondo The Medical Letter (XXVII,
9, 1998), "non sono stati pubblicati studi clinici riguardanti
gli effetti della finasteride sulla perdita dei capelli. Tre studi
multicentrici in doppio cieco condotti su uomini di etc compresa
tra 18 e 41 anni sono stati presentati come abstracts". Questi
tre studi sono stati successivamente riuniti, e presentati, in
un unico trial clinico.
Anche per la finasteride vi sono stati poi sporadici tentativi,
non controllati, di somministrazione topica in veicolo idroalcolico
a concentrazioni intorno allo 0,05% e si prospetta la possibilità
di una sperimentazione policentrica controllata.
I risultati non potranno che essere inferiori a quelli ottenuti
con progesterone naturale, che è l'inibitore più
potente e meglio conosciuto della 5 alfa reduttasi (isoenzimi
tipo 1 e 2), pertanto tutto questo non ci sembra né razionale
né del tutto scevro da pericoli!
Nel momento in cui scriviamo, negli Stati Uniti trenta compresse
di finasteride da 1 mg costano 46,88 dollari; in Italia 30 compresse
da 5 mg (per l'ipertrofia prostatica) costano 74.400 lire.
Purtroppo si può riterere che solo per ragioni meramente
commerciali la finasteride venga accettata come "anticalvizie"
per darla, fra qualche anno, come superata ed inutile.
In campo tricologico troppi pensano ancora che tutto ciò
che è commerciabile possa essere fatto, senza usare razionalità
né discernimento e che le ricerche e le sperimentazioni
possano essere "forzate" alla conclusione desiderata.
"Poiché, tanto, solo il suolo può fermare i
capelli che cadono!".
(Contiamo di pubblicare, sul prossimo numero del Giornale, una "Review" della bibliografia sulla finasteride dal 1974)
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