
Solo dopo dopo che si sia affrontato lo studio della fisiopatologia del capello e del pelo (-TRICOLOGIA-) si potrà intraprendere lo studio delle possibilità terapeutiche degli effluvi e dei defluvi, in particolare quella del "defluvio in telogen" cosiddetto "androgenetico" e della "calvizie comune" (-TRICHIATRIA-).
Parlando in particolare di defluvio in telogen ("androgenetico")
dobbiamo subito precisare che, a calvizie instaurata, quando sul
cuoio capelluto rimane solo una coroncina di capelli, nessuna
terapia medica potrà dare risultati in qualche modo esteticamente
soddisfacenti. La terapia medica sarà perciò solo
"terapia del defluvio" e mirerà a conservare
la quantità e la qualità dei capelli ancora presenti.
E' aleatorio, a tutt'oggi, pensare che una terapia medica possa
restituire la chioma ad un calvo o "rinfoltire" una
testa "spelacchiata" in maniera esteticamente apprezzabile.
Sarà perciò importante che il paziente, "ereditariamente
predisposto", cominci a curarsi precocemente, quando si accorge
di andare verso la calvizie.
La terapia, necessariamente lunga (talvolta anche decenni), sarà
seguita dal medico, indirizzata dalla clinica, dall'esame obiettivo
e da esami tricologici ed avrà fino solo dopo i 30 anni
di età, quando tricogrammi ripetuti dimostreranno la normalizzazione
dei rapporti fra le fasi del ciclo (anagen-catagen-telogen) e
l'esame dei capelli caduti una quantità di elementi telogen
"miniaturizzati" o "prematuri" sufficientemente
bassa (< 6 %).
La terapia dovrà essere semplice e mai "assillante",
anche a scapito di parte della sua efficacia, perché possa
davvero essere seguita per tutto il tempo necessario.
Anche a terapia sospesa gli esami tricologici dovrebbero comunque
essere ripetuti periodicamente e regolarmente (ogni 6-12 mesi)
per poter cogliere subito una eventuale e possibile ripresa del
defluvio.
Sarà sempre opportuno non promettere mai al paziente ciò
che non potremo mantenere con certezza, anzi dovremo promettere
meno di quanto pensiamo i poter dare.
E' comunque mia convinzione che un defluvio androgenetico possa
quasi sempre essere contenuto e spesso arrestato nella sua evoluzione,
curandolo per tempo e seguendolo con attenzione e competenza.
Un approccio razionale al defluvio androgenetico non potrà
prescindere da una terapia endocrina (intesa a ridurre la formazione
intrafollicolare di diidrotestosterone o ad ostacolarne la captazione
da parte del suo specifico recettore citosolico, a limitare cioè
l'attivazione dei loci di DNA portatori del carattere calvizie),
e da una non endocrina (che consiste nel tentare di agire sul
sistema adenilciclasi-cAMP-proteina chinasi-glicolisi e quindi
sul metabolismo energetico delle cellule della matrice del capello,
i tricocheratinociti).
Impostare il trattamento della calvizie da una sola di queste
due angolazioni è sempre riduttivo e frequente causa di
fallimento terapeutico.
Quando si decida di intraprendere una terapia per un defluvio
androgenetico occorre sempre ricordarsi, specie se il paziente
è di sesso femminile, che in caso di sospetto aumento della
steroidogenesi (dimostrabile attraverso i dosaggi degli steroidi
urinari ed ematici) deve essere considerata la possibilità
di una patologia legata alla presenza di un tumore ormonosecernente,
di un difetto enzimatico surrenalico, di un ovaio policistico
etc. L'anamnesi dovrà poi escludere cause iatrogene del
defluvio come preparati ormonali, anabolizzanti, antifecondativi,
anticoagulanti, inibitori delle prostaglandine, anfetaminici,
citostatici etc. Dovrà inoltre essere chiesto al paziente
se è dimagrito (con o senza diete dimagranti), se soffre
di disturbi intestinali, se fa uso di lassativi che possano condizionare
uno stato cronico di malassorbimento o malnutrizione.
Saranno infine indagate ed escluse quelle malattie che notoriamente
possono provocare efluvio, come il diabete, le leucosi, la lue
etc.
Lo screening di base comprenderà: emocromo, VES, sideremia,
magnesiemia, zinchemia, Ra-test, protidogramma, HBsAg, HAV, HCV,
VDRL, LH, FSH, fT4, TSH, 17 OH progesterone, testosterone, DHEAS,
prolattina, 17 ketosteroidi urinari.
Come abituale in dermatologia, anche la terapia del defluvio
androgenetico potrà essere effettuata per via generale
e topica.
La terapia generale dovrà mirare a correggere patologie
dermatologiche e/o squilibri endocrino-metabolici che possano
essere causa o concausa di calvizie ma è la terapia topica
il vero pilastro su cui si basa, almeno a tutt'oggi, la possibilità
di contenere o arrestare un defluvio androgenetico.
I farmaci usati nella terapia topica hanno la possibilità,
se liposolubili, di penetrare fino alla papilla dermica ed alla
matrice del pelo attraverso due vie: o per capillarità
seguendo inizialmente il follicolo pilifero fino in fondo all'infundibolo
(a questo livello trovano la guaina epiteliale interna corneificata
e rigida che, fusa con la guaina epiteliale esterna, impedisce
una ulteriore penetrazione) e successivamente penetrando attraverso
la ghiandola sebacea (via transfollicolare) o passando attraverso
i vari strati epidermici e la membrana basale (via transcutanea).
Le preparazioni ad uso topico devono perciò avere buona
capacità di penetrazione, che sarà tanto più
spiccata quanto più bassa è la tensione superficiale
del loro veicolo. Preparazioni oleose o acquose hanno scarsa capacità
di penetrazione, essendo dotate di alta tensione superficiale,
e servono quasi solo ad ungere o bagnare la cute. Il solvente
migliore per un farmaco topico ad uso tricologico sembra essere
l'etanolo a 50-70° eventualmente addizionato con un tensioattivo,
come il Tween 80 o con alchilamidobetaina, a bassissima concentrazione
(0,002%). L'acido glicolico, noto alfa idrossiacido, diminuendo
la coesione dei corneociti ed assottigliando lo strato corneo,
alla concentrazione del 2% è ben tollerato e può
anch'esso favorire la penetrazione di principi attivi disciolti
nella stessa soluzione.
Un buon farmaco topico per terapia tricologica dovrà inoltre
essere dotato di scarsa possibilità di assorbimento, dovrà
cioè avere poche probabilità di invadere la circolazione
generale per non determinare effetti sistemici.
Esamineremo ora quelle che sono le possibilità terapeutiche
attualmente a nostra disposizione.
BIBLIOGRAFIA
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